Ci piace leggervi!

Ricordate il post della settimana scorsa? Quello sui diari di viaggio?

Una nostra lettrice e scrittrice, Serena (che ringraziamo, qui trovate il link al suo blog), ci ha inviato un suo contributo circa uno dei suoi ultimi viaggi. Un personale “appunto di vita londinese” che speriamo piaccia a voi tanto quanto a noi.

Godetevelo!

London, please!

Da sempre rappresentata come la città dei balocchi, dove tutti riescono a trovare quello che stavano cercando -arte, cultura, musica- sembra davvero il luogo dove è possibile tutto ed anche il suo contrario. Nella multietnica metropoli puoi parlare tutte le lingue. Tutte nel senso di tutte, eccetto l’inglese. Mentre invece è l’italiano ad essere sorprendentemente molto gettonato, data la massiccia presenza di italian people. Sempre nella city, puoi girare invano alla ricerca di cestini dell’immondizia che non troverai poiché rari come acqua nel deserto, sarà così che aggirandoti con in mano carte da buttare e qualsiasi altro tipo di rubbish da turista, ti rassegnerai a tenerti tutto in tasca fino a casa perché nel frattempo ti sarai imbattuto in uno dei mille negozi di tattoo disseminati ad ogni angolo e per esasperazione entrerai a farti fare il tatuaggio o il piercing (alternativa da non sottovalutare!) che mai avresti pensato di volere. Oppure ti perderai nei meandri del museo delle cere e giunto nell’ala della mostra, dedicata ai capi di stato -attuali e non- di tutto il mondo realizzati a regola d’arte da Madame Tussaud, scoprirai con una certa sorpresa ma anche con un certo sollievo che fra i busti istituzionali manca proprio quello dell’ex premier italiano B.

Soddisfazioni a parte, Londra sembra proprio avere il sapore della città ideale, nella quale perdersi per poi ritrovarsi. Se vogliamo, città ideale anche perché popolata da blondish english guys dai grandi, profondi occhi blu. Ma questi sono dettagli puramente marginali. Caratteristiche fisiche a parte, in generale le persone sono molto kind and helpful, pronti a dire sorry anche se sei stato tu ad urtarli inavvertitamente; polite, con il loro modo rapido ma composto di spostarsi e quell’innato e quasi commovente rigore nel keeping the queue, cosa che sta a un italiano come la cucina italiana sta ad un inglese.

La sua atmosfera è così varia perché si nutre di contraddizioni. Londra è caotica ma ordinata; costosa ma accessibile; rigorosa nelle regole ma friendly. Una città in continuo, perenne movimento. Dinamica e intensa. Ma il suo battito, il vero nucleo pulsante di questa capitale europea moderna ed emancipata, si trova nel suo sottosuolo. Proprio così, alla voce underground, lì dove s’intrecciano chilometri e chilometri di rotaie che fermata dopo fermata, s’insinuano nelle vite di milioni e milioni di esseri umani. Vite accomunate dall’enorme quantità di tempo trascorso ad aspettare un treno, una coincidenza, fare un biglietto, scalare freneticamente infinite scale mobili come laboriose formiche in un formicaio, schizzare fra gli sportelli di accesso, intrufolarsi fra le porte scorrevoli sature delle speranze e delle frustrazioni di tutti i giorni. E tu, seduto al tuo posto, rimani incantato a guardare. E pensi che ciascuno abbia una propria vita, proprie abitudini, propri pensieri esattamente come te che sei lì un po’ frastornato, un po’ incuriosito mentre li osservi, da turista in terra straniera, finalmente consapevole che non ci sei solo tu e che fuori del tuo orticello c’è tutto un mondo che viaggia alla velocità della luce. Il ripetersi di viaggi quotidiani fanno di questa ferrovia sotterranea un contenitore di vite, scandite da orari e direzioni diverse ma sempre uguali. Ed è proprio lì che fra una lezione all’università, un lavoro part-time, una professione di prestigio e una famiglia a casa che li aspetta, rubano tempo alla routine della giornata, rubano tempo ai tempi di spostamento. Leggono il giornale tenendolo con una mano sola reggendosi con l’altra alla sbarra per non cadere alla destabilizzante frenata per la fermata successiva, con l’I-pod nelle orecchie costantemente acceso, sfogliando un libro per il quale, diversamente, non ci sarebbe spazio dopo un’intera giornata di lavoro. Ho notato che qui la gente legge molto. Come in Italia, uguale. Nei bar durante le pause pranzo, hanno un bicchierone di caffé all’americana e un libro per compagnia. A volte sono seduti al tavolo da soli, senza però dare l’impressione di sentirsi tali. Anche nella metro, leggono avidamente un romanzo, a volte seduti e dimentichi degli altri, in alcuni casi perfino mentre camminano controcorrente a testa bassa. Questa mi è sembrata la Londra più energica e reale, l’humus di una società veloce tanto quanto i vagoni della sua subway.

Poi, quando come talpe metropolitane, emergono alla luce di un sole che quando c’è è debole, ad accoglierli c’è la Londra con quel suo proverbiale orecchio assoluto per la musica improvvisata ovunque, per strada o nelle piazze, la musica di tutti. Come fra i nerboruti percussionisti seduti sui gradini del monumento a Piccadilly Circus con il bongo fra le ginocchia; o giusto qualche metro più in là, dall’altro lato della strada, dove un raffinato suonatore di sax con il suo strumento a fiato intona motivetti per accompagnare l’incedere di altere ragazze in bilico su tacchi vertiginosi, vestite come top model che si apprestano ad entrare nei locali più glamour della zona.

Come dimenticare la musica della via principale di Camden Town?! Dove irriducibili nostalgici, ex promesse del panorama musicale underground e del punk-rock inglese, disillusi dalla vita, sono diventati orgogliosi proprietari di autorevoli bancarelle sulle quali vendono magliette di celebri gruppi di un passato sempre attuale, che diffondono solo buona musica dai solidi altoparlanti di un anacronistico stereo a cassette.

E ancora la musica di Stephen Ridley, un giovane al pianoforte che intona senza microfono “Babe, I’m gonna leave you” tenendo il tempo con il piede sinistro e facendo della leggendaria hit dei Led Zeppelin, non più una ballata malinconica ma il richiamo per la folla che si accalca intorno a quel tipo stravagante, dal profilo tipicamente inglese e al suo vecchio piano dai tasti ormai consumati da quella autentica passione per la musica.

E ancora a Trafalgar Square, proprio davanti all’ingresso della National Galley, i ragazzi della break dance con i loro amplificatori, scivolano a terra ruotando sulla pancia, ruotando su se stessi usando la testa a mo’ di perno, simulando figure e passi di danza in apparenza tanto complicati quanto noncuranti della forza di gravità. Il tutto per attirare l’attenzione dei passanti e qualche penny in quei loro eleganti cappelli capovolti a terra.

La Londra che ho respirato non è solo destinazione turistica ma è molto di più. La sua bellezza non è solo manifesta, il vero potenziale si nasconde negli occhi di chiunque la viva e si lasci ispirare. Il suo fascino è quello che esercita una sconosciuta negli occhi di un ammiratore che si accorge di lei, ogni volta come se fosse la prima volta.

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