Diamoci appuntamento

Il 18 si avvicina e con lui il termine ultimo del nostro concorso. Grazie agli ultimi autori che ci stanno facendo pervenire i propri racconti. Oggi un grazie speciale va a Sergio, l’autore di questa bella storia.

Buona lettura a voi!

Diamoci appuntamento

Che la Fiat Uno non fosse l’ammiraglia e nemmeno un tenente colonnello del parco macchine mondiale era cosa pacifica. Tuttavia quel mio maresciallo bianco e privo di accessori, acquistato per pochi baiocchi da un rivenditore dell’usato, mi aveva sempre scarrozzato senza troppo lamentarsi fra Capodistria e Trieste: tratta fissa dal lunedí al venerdí, poi parcheggio sotto casa, lungo il Vojkovo nabrežje. Niente di impegnativo direi. Ogni tanto sí, aveva un acciacco, un reumatismo, qualche colpo di tosse dato dall’età, ma dopotutto si pedalava. Dunque quando, una mesata prima del fattaccio, si mise a bere, iniziai a preoccuparmi. Presi a portarmi delle tanichette nel bagagliaio e la rifornivo se dava in smanie. Brutta bestia la dipendenza dalle sostanze: piú ne hai e piú ne vuoi… finché non accade un incidente che mette la parola fine alla strada discendente. «E meno male che siamo in piano», dissi cosí quella mattina primaverile del 2012, tirando il freno a mano nel piccolo spiazzo, lei arsa, anzi fumante e ormai inamovibile. Vigne intorno, Rabuiese a forse mezzo chilometro, la vecchia due corsie stava per buttarsi nelle braccia dell’Italia, ma non aveva fatto in tempo. E lí, in via Svevo, gli alunni della mia terza elementare non avrebbero mica potuto aspettare che il loro improvvido insegnante sostituisse con un autobus, o altro carro piú serio, quella quattroruote degenerata. Anche perché di mezzi pubblici vanne a trovare quando servono, ’sti infami. Allora, siccome a mali estremi, estremi rimedi – come dicono da sempre assassini e menefreghisti – in quel momento non restava che una telefonata alla preside, la feci mentre passavo a piedi la frontiera, malvisto dalla pattuglia della polizia italiana. La strega triestina, piú tardi, con calma, mi avrebbe squartato vivo, ma data la situazione dovevo attenderla entro mezz’ora ai blocchi. L’occasione giusta per imitarti a modo mio, attrezzo decadente – pensai entrando nel bar e difilato: «Una birra piccola per favore». Ero l’unico cliente, se ben ricordo.

Il tricheco sulla sessantina di là dal bancone non sembrava in vena di servizi. Tuttavia, allentatami un’occhiata diffidente, si alzò e senza parole riempí il boccaletto con della Dreher alla spina, piazzandomelo di fronte. Ebbene: il difetto nazionale dell’Italia non è la paraculaggine diffusa o la mafia, ma la pessima abitudine di non sapersi star zitti quando ci si trova corporeamente vicini – oh quanto invidio certi stranieri che tacciono anche ai pranzi di nozze. Cosí «Quello è Cecco Peppe, vero?», dissi con naturalezza. Il ritratto ad olio dell’altrettanto baffuto sovrano crucco svettava, sul muro spoglio, alle spalle del sior Tricheco: inarrivabile, sublime. Gli farà piacere che qualcuno lo noti, pensai… o forse ero ironico, non so, spesso confondo le intenzioni.

«L’Imperatore d’Austria e Re d’Ungheria, Franz Josef von Habsburg-Lothringen», scandí lui mortalmente serio.

«Appunto. Cecco Peppe». Insisto.

«Ma tu, di dove sei tu?»

«Di lí», indico il Tricolore sventolante nei pressi della dogana. Gli basterà immagino.

«La città intendevo».

«Perugia, ma vivo a Capodistria e lavoro a Trieste».

«Io laggiú ci vado solo se prima mi son fatto tutti i vaccini».

Si riferiva alla prima delle tre – notoriamente località sprofondata nel piú tenebroso e appestante medioevo africano, mai finora risanato dalle materne cure della modernissima corona viennese. Stavo per chiudere l’ameno scambio di vedute geopolitiche con la richiesta del conto – meglio se posta con tono da bimbo interrogato alla lavagna – quando si intromise una voce, proveniente dall’entrata: «Tu vòi servizietò…» brutalizzava il cellulare con accento gallico «…e io buona, espèrte… fascio tutto bené… ma tu… famme parla’!… tu prima paghi volta scorsa… senò io divento cattiva: niente serviziò, capito?!» E al barista, senza guardarlo in faccia: «Caffè corto, grazie».

Un italiano un(a) francese e un tedesco… adesso da quel bancone non mi avrebbe schiodato nemmeno l’Uragano Caterina. Mentre la giovane nera, in piedi davanti a me, continuava a sputare monosillabi, osservai di sottecchi il suddito alabardato: preparava coscienziosamente la bevanda come se stesse su una nuvola – di sicuro affiancata a quella in cui, da qualche trascurabile lustro, dicono si adagi il suo eroe.

«Va be’, va be’, sciaò sciaò», conclude lei al telefonino, tracanna l’espresso, poi, a me: «Che, hai da ascènde?» ed estrae un’Emmesse dalla borsetta argentata. Avrebbe un portamento aristocratico, non fosse per l’ugola mal tarata, i fintiori al collo e la minigonna ciclamino. Annuisco con un sorriso: «Però qui non si può», e mi dirigo alla porta a vetri con l’accendino pronto in mano.

«Ma no, fumi, fumi pure. Se non disturba». L’omone mi guarda come a dire: certo che non ti disturba ’sta bella femmina, guagno’, vero? Non te la vorrai mica pappare da solo…

Il tricheco le dà del lei e concede perfino la fumata col divieto asburgico; a me, invece, dritto il tu e perdipiú con la mascherina sul naso contro la peste bubbonica… ma meglio cosí, viste le premesse da Fronte del Porto. Però di fare la figura dell’arrapato insieme a quello non mi va. Le porgo la fiammella e: «Lei è francese, signora?» dico dopo aver acceso anche a me e al capo. «Macché franscese, Côte d’Ivoire». Mi guarda come un matto. Nota che indosso la cravatta: «Lavori?» chiede con espressione a metà fra l’acchiappagonzi e l’ammirato sincero.

«Alle scuole elementari. Con i bambini».

«Fiji piccoli… belli». Gli occhi le si sono, di botto, incendiati.

«Meravigliosi, sí, ma scusi…» azzardo «…fiji non si dice qui a Trieste… per caso vive a Roma?»

«Ah ah ah», ha un riso amaro, anzi un riso-non-riso, «sto dove lavoro tranquilla: oggí Triéste, domani Roma… Napoli… Milano… France no, non ho le permis de séjour».

«E dove stai meglio?» s’informa l’altro insinuante.

«Mejo che? Sto mejo coi fiji, in Africa no? Ne ho tre». E guarda come un matto anche lui, con mio sottile godimento.

«Pure il marito…» suggerisco.

«Marito no, che menava troppo, l’ho mandato via».

«E con chi stanno i figli allora».

«Ma soeur».

«E… gliela dà lei una mano con i soldi…?»

«Leiio dici? Ogni mese, scertò. Da una vita».

Prende a guardarmi storto. Mi accorgo di esser divenuto un tantino indiscreto. Cosí, mosso dall’insorgente imbarazzo, taccio ed esco, immobile davanti al bar spengo la cicca sull’asfalto, giro gli occhi nel piazzale: all’ex casello non c’è piú la fila come quando, una volta, al cambio di turno, subentrava qualche guardia pignola. Oggi i veicoli sfrecciano. Sole senza nuvole e bora, una rarità. Adesso pago. Mentre faccio per rientrare, la nera, uscendo, mi sfiora, si piazza come un soldato davanti a me e, in italiano dantesco, enuncia:

«Io non capisco: ma se avete tutto, soldi, famiglia, amici, democrazia… perché siete sempre angosciati, voi italiani? In tanti anni che sto qui, ne avessi visto uno allegro». Ha acquistato un volume di voce decisamente intonato al mezzosoprano.

«Vecchiaia: è la vecchiaia! Dài, andemo, monta Violetta».

Il tizio che mi ha tolto d’impaccio, sulla quarantina, belloccio, con gli occhiali scuri, sporge il gomito dalla potente, ma datata, Alfa Romeo, che a passo d’uomo sta accostando fino a fermarsi vicinissimo a noi.

«E presèntati, cafone», ride la ragazza.

«Che, sei un prof come lei?» provoca simpaticamente.

«Quasi», sto al gioco: «maestro».

Esce lasciando la portiera semiaperta: «Bella eh, Violetta… proprio un fiore. Adesso però me la devo portar via, giusto Violi?»

L’auto è targata Pola. Non so che fare, stavolta, veramente no.

«Se gli dici cosí, Goran, lui capisce tutto male», lo rimprovera la donna con buona grazia.

E Goran, tranquillo: «Sí, Violetta fino a ieri faceva ancora quella professione… ma è stato l’ultimo giorno: adesso viene a vivere da noi a Pola… ci darà una mano con le faccende domestiche e i bambini. Mia moglie lavora e non ha tempo. Io finalmente, dopo tanti mesi, son riuscito a risolvere gli… come si dice in italiano… impicci burocratici. Senti, cara… il contratto d’assunzione è pronto, il visto anche. Andiamo?»

«…» la donna non ha parole, forse sta per piangere.

«Se sapevo che avresti reagito cosí non ti avrei fatto questa sorpresa. Scusami. Quanti anni sei stata in Italia… una decina mi sembra», prosegue il croato abbracciandola mentre lei cerca di contenere l’emozione, «…eh…» mi fissa «…se restava qui, chi la smuoveva piú dal marciapiede… pensi… è laureata in francese inglese e italiano… la sua è una famiglia nobile, ma il marito che le ha dato il padre pretendeva che sopportasse di tutto… è dovuta scappare a ventitré anni. Se l’ufficio immigrazione non ci dà noie, ancora un po’ e andiamo a prendere giú a Bouaké anche Margot e gli altri».

«Ah… linguista…»

«Non si sarebbe detto, vero? Quando parla con i clienti deve fare la selvaggia sennò si spaventano».

Già, a ognuno il proprio ruolo. Violetta tace. Le spunta un ghigno. Poi compitamente mi saluta con un cenno della mano ed entra nella macchina, che parte senza fretta verso la Slovenia. Mi volto e lo vedo con un’espressione da cliente deluso: «Eh… lasciamo entrare tutti…» borbotta il tricheco «…poi vatti a stupire che la criminalità organizzata cresce».

Non so se si è perso il dialogo o ha capito quel che ha capito. Soltanto sorrido, mi par di vedermi, come un ebete. Ordino un caffè e rientro nel suo covo ottocentesco. Ora avrebbe voglia lui di attaccar discorso, o, peggio, di continuare il precedente. A me invece si è seccata la lingua… mi sta girando per la testa il ritornello di una vecchia canzone, eretto su una chitarra punk fendente quanto un rasoio: Voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia, voglio un piano quinquennale, la stabilità. Sarà la birretta mattutina che, trascurando il caffè, ho appena ripreso a sorseggiare. Sarà che, qui, stare troppo in silenzio mi fa male… evidentemente, dopo tutti questi anni, sono ancora conformato come i miei connazionali: appena due esseri umani entrano in rotta di collisione bisogna proprio che si parlino, a costo di prendersi a calci nel culo entro tre fonemi. Ma tutto meno che il silenzio. Il silenzio è sempre e solo angoscia, con gli altri. Se mi piantassi in una roulotte a Rabuiese, nel giro di due giorni questa nowhere land diverrebbe la piazza centrale di un paese… però guarda: tempo un anno e sorgono i casini a raffica… chi viene, chi prende, chi rompe, chi scappa… il paese diventa una cage aux folles come ogni altro. Ecco, a fare le cose per bene servirebbe prima assumere uno stregone, un animista purosangue, niente roba moderna: «Senti» gli direi «io qui sto per tirare su un villaggio, ma lo voglio fatto bene: ho delle esigenze specifiche». «Va be’, spiegami». «Ho un sogno ricorrente… di quelli veri, notturni: vedo me che sparo con un mitra contro qualcuno, ma a pochi centrimetri dal bersaglio i proiettili si bloccano e cadono in terra, come se facessero sciopero. Inferocito, afferro un coltellaccio da macellaio e la lama si curva da sola senza tagliare, allora raccolgo un sasso che però vola chissà dove. Ormai stremato opto per il classico cazzottone… niente da fare: sembro un ubriaco che prenda a pugni un nemico immaginario. E mi sveglio. Felice di non aver accoppato nessuno». Lo stregone tituba: «Io faccio incantesimi, non miracoli, amico». «Almeno» insisto «potresti celebrare un rito contro i nostri trichechi interiori. Ne sono afflitto sin dalla nascita». Intenerisce i sopraccigli: «Spiacente, siamo sempre nella stessa categoria. Miracolo puro. Avresti qualche possibilità di successo a fare un paese abitato solo da bambini: fra loro le mele marce sono pochissime e di vittime del passato non ne esistono… intendi… antichi compiacimenti che si trasformano in rimorsi, cattiverie mascherate da rimpianto…. ma se ci sono i bambini non ci sei tu, capisci?». «Già, in pantaloncini corti non sarei proprio il massimo del rigore estetico». «Mh… senti… ma tu vuoi stare nell’Unione Europea, nell’Unione Sovietica o nel Paese dei Balocchi?». «Capito. Fammi una magia per continuare a sognare. Da solo. A letto. Fuori da qualsiasi ambiguità, doppiezza, scissione, anche parallelismo». Il negro si gratta la capigliatura riccia e bitumata: non risponde ma ha la faccia di chi continui a negare.

«No!». Giro il collo a destra e vedo chi, ad alta voce, l’ha detto coraggiosamente al posto del mio sciamano: «…ti ripeto che a tre euro è impossibile», prosegue il giovane moretto dall’accento meridionale. Sta mostrando un mucchio di DVD taroccatissimi a un tizio biondo e dinoccolato. «…Li ho pagati io, tre, vabbuo’?». L’altro fa un gesto sconsolato ed esce dal locale.

«A quanto li fai?» chiedo.

«Italiano? Per te cinque euro. Starebbero a sette ma…» e mi si piazza accanto con l’intero campionario, prende a illustrare i titoli dei film, tutti immagino appena usciti.

«Dammi quello», ne indico uno a caso.

«Bello. L’ho visto con mio figlio ieri sera». E si insaccoccia la banconota grigia.

«Vivi a Trieste?»

«No, no… Pizzo Calabro… ma a casa ci rimango poco assai… giro…» sorride «…tanto ormai stiamo in Europa da piú di dieci anni: bisognerà che iniziamo a conoscerla».

«Ci stavamo anche prima». Ho storto la bocca credo. «Cosí tu giri. E ti piace?»

«…» alza il mento. Non ha capito.

«Stai meglio di prima dico?»

«Ah… boh… primadopo… giú da noi bisogna arrangiarsi sempre. Se avevo un lavoro serio mica stavo qui. Poi costa tutto troppo… come fai se non ti inventi qualcosa? Io ho trentun anni, tengo un figlio di dieci e una moglie disoccupata. Le aziende in pratica non esistono piú, lo Stato non s’è mai visto e i produttori agricoli fanno lavorare solo in nero… gli extracomunitari. Fanno una vita da cani: dieci dodici ore a cogliere i pomodori. Io manco morto. Meglio questo…» tamburella con le dita sulla pila di DVD «…al massimo se mi piglia la finanza mi sequestra tutto, una multa, foglio di via e ciao…»

«Cosí tu compri altra merce, cambi zona e ricominci».

Inarca un secondo i neri e foltissimi sopraccigli, poi: «Meglio che spacciare ’a robba… quella sí, però, che ti fa guadagnare. Qualche grammo a settimana e stai a posto… come un pascià». Sorride d’invidia.

«Se no?»

«Alternative dici… figuriamoci, nel Sud nessuna. Al Nord forse», riflette, «però, se sei fortunato, fai la fine di mio cugino, che quando esce dall’azienda entra direttamente a letto senza manco magna’».

«E dove sta?»

«Vicino Varese… ma… io lo rispetto eh… però senti: chillo vive peggio degli extracomunitari: dunque, di me, peggio assai assai. Ha due figli e studiano, lavorano, mangiano tutti fuori casa… non si incontrano manco al cesso la mattina. La moglie sta fuori Italia una settimana sí e una no. E tengono pure i debbiti. Il capo sembra che gli faccia un piacere a tenerlo in azienda: fatica il triplo e guadagna meno di cinque anni fa… ué, guarda: io sono stato una volta in Svezia… ho fatto qualche paragone: e che, è Europa quella nostra in Italia, Slovenia, Spagna, Grecia…?! E mo magari entrano anche i croati, che sennò siamo troppo pochi a soffrire».

«Mh… e secondo te il problema vero, quello di fondo, reale…»

«La Cina!» mi interrompe entusiasta «e l’India, eccetera, insomma l’Asia: sono loro che ci stanno strangolando a tutti. La crisi l’hanno iniziata gli americani, ma la portano avanti loro. Crescono, guadagnano, comprano ’e fabbriche, gli Stati anche si comprano. Non siamo piú concorrenziali manco coi DVD… e che la chiami Europa, tu, chista acca’ che sta in mano a quelli?»

«Chiamo, io? Non la chiamo…» sorbisco l’ultimo sorso di birra «…oppure la chiamo una colossale stron…»

«Senta scusi!!» squilla la voce femminile in avvicinamento dall’ingresso: e ci risiamo, ma che esisto solo io, in questo benedetto valico di frontiera? Sono diventato davvero il Sindaco di Nowhere Land?

«Prego?» faccio irritato senza voltarmi.

«E le suono con il clacson… la chiamo dal finestrino… niente… allora andiamo? Ha la classe scoperta!»

«Scusi preside… sistemo la consumazione».

«Ma dove ha la testa? Il signor barista ha appena detto che è tutto a posto».

Tutto a posto sí. Conferma il Sindaco.

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