Scrittori perseguitati

La libertà è, per molti di noi, qualcosa di dovuto, inalienabile e assolutamente scontato. Ma laddove diventa, al contrario, appannaggio di pochi e una conquista quasi irraggiungibile, ebbene, chi presidia la cultura e la parola scritta, da sempre sinonimo di verità, scelta e sacralità intoccabili, come vive e come scrive?

La parola è un’arma, uno strumento di potere tra i più forti e profondi. La sua diffusione è un monito che si diffonde e propaga, contagiando anime e cuori, menti e popoli che, all’unisono, non vogliono piegarsi all’imposizione di un’unica idea, di un’unica verità scomoda altrimenti taciuta. La condanna all’esilio o anche alla morte, sono le forme di repressione che da sempre tentano di porre un freno a questa libertà fondamentale, in Oriente così come in Occidente.http://www.freedigitalphotos.net/images/censorship-photo-p235875

Tra i casi contemporanei a noi più noti impossibile non citare quello dello scrittore indiano Salman Rushdie (citiamo Wikipedia):

Nel 1988 scrisse I versi satanici (The Satanic Verses), una storia fantastica ma chiaramente allusiva nei confronti della figura di Maometto, e ritenuta blasfema dagli islamici.La pubblicazione del libro provocò nel febbraio 1989 una fatwa di Khomeini che decretò la condanna a morte del suo autore, reo di bestemmia. Un privato cittadino offrì una tagliaper la morte dello scrittore, tollerata dal regime khomeinista. Lo scrittore riuscì a salvarsi rifugiandosi nel Regno Unito e vivendo sotto protezione.Il traduttore giapponese del romanzo, Hitoshi Igarashi, fu però ucciso da emissari del regime iraniano, mentre il traduttore italiano, Ettore Capriolo, fu ferito[2]. Ferito fu anche l’editore norvegese del libro. La fatwa è stata reiterata ancora il 17 febbraio 2008, in quanto “la condanna a morte dell’Imam Khomeini contro Salman Rushdie ha un significato storico per l’islam e non è semplicemente una condanna a morte”.

L’India, come molti altri, è un paese in cui la democrazia e la libertà di espressione sono messe costantemente in dubbio, un paese dove persino un romanzo di fantasia può venire condannato per blasfemia e fare del suo autore un nemico, un fuorilegge da perseguire, esiliare, torturare, imprigionare e, nei casi più estremi, assassinare.

Ma nessuno è esente da colpe. Dalla Chiesa Cattolica al ventennio fascista passando per il socialismo cinese e il comunismo militare cubano, la repressione che passa dal blocco della penna dell’uomo libero ha sempre fatto parte dei totalitarismi culturali e ha sempre rappresentato uno strumento di controllo e di validazione del potere reggente.

In Italia, non da ultimo, Roberto Saviano, scrittore e giornalista, vive sotto scorta da più di sei per aver denunciato, nel suo romanzo “Gomorra”, la realtà economica delle organizzazioni criminali e della camorra. Ormai una “non vita” di cui parla così:

“Una vita complicata”, così la descrive, che lo ha sicuramente trasformato in una “persona peggiore”, costretto a dosare molto attentamente la fiducia verso gli altri, una vita che ormai lo ha portato a “pensare la normalità come una cosa assurda”. Le poche parole di Saviano descrivono una vita senza baricentro, costretto com’è a cambiare spesso casa, scortato 24 ore su 24, ma una vita che non si ripiega su se stessa.

Perché la scrittura è sempre sinonomo di libertà e, per paradosso, alla libertà si contrappone sempre il controllo, religioso, politico, criminale.

Conoscete qualche autore perseguitato per i propri libri? Segnalateceli tutti, servirà a non dimenticare e, anzi, a confermare, ancora una volta, quanto la penna sia più forte di qualunque arma.

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