Lo scrittore fantasma: vantaggi e svantaggi dello stare nell’ombra

I commenti al post della scorsa settimana (se volete rinfrescarvi la memoria potete farlo qui) ci hanno offerto un interessantissimo spunto per parlare di una figura un po’ ambigua, letteralmente trasversale, chefa dell’anonimato il suo distintivo marchio di fabbrica: ilghostwriter.

Molti inorridiscono al solo pensiero di scrivere e sudare (di questi tempi, davvero!) su di una storia, un articolo o qualsiasi altro tipo di pubblicazione, senza che poi la tanto agognata firma e il tanto spasimato riconoscimento personale possano effettivamente esserci. Ma, a ben pensarci, l’ombra non ripara anche da improvvise esplosioni solari, fastidiose ed insistenti?

Lo scrittore fantasma, in fin dei conti, lavora mettendosi al servizio di qualcun altro (politico, sportivo o celebrità di turno che sia, per autobiografie, memorie e discorsi), fornendo un servizio come qualsiasi altro professionista. Non sono neanche infrequenti i casi in cui il lavoro di un ghostwriter si riduce alla semplice (per così dire)correzione di bozze e sistemazione di un testo già imbastito. In altri casi il ghostwriter è un vero e proprio ricercatore, che deve intervistare, scavare a fondo, soprattutto se deve riportare vicissitudini e fatti realmente accaduti a persone realmente esistite.

Ma c’è una contradizione.

Quando il discorso è semplicemente di natura “economica” forse qualcosa cambia. Quando cioè gli editori, per aumentare il numero di libri che possono essere pubblicati ogni anno da un autore famoso e vendibile, affidano la redazione a dei corrispettivi senza nome. In questo caso, la faccenda della proprietà intellettuale si fa più seria, perché l’autore (quello di nome) rischia di essere un impostore spacciando un lavoro altrui per proprio e l’altro autore (quello de facto) non è da meno nel venir meno – scusate il gioco di parole – al “patto” col lettore. Lettore che dovrebbe, almeno in teoria, avere ildiritto di sapere chi è il vero autore dell’opera che ha per le mani (si parla proprio di diritto di paternità intellettuale).

C’è anche dell’altro. In fondo, nello scrivere non c’è anche una certa dose di sano narcisismo? Non entrano in gioco l’ambizione, la voglia di essere associati a quei contenuti, a qualche trovata arguta o a considerazioni di natura strettamente personale?

Voi come la vedete? E’ giusto affermare che è moralmente sbagliato leggere senza avere la certezza che chi scrive è noto e inequivocabilmente identificabile? Oppure è lecito come qualsiasi lavoro in cui si dà vita ad un prodotto finito non necessariamente attribuibile a qualcuno nello specifico? Dite la vostra!

ps. piccola curiosità! Sapevate che Howard Phillips Lovecraft lavorò molto come ghostwriter?

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