“Mi sa che non avevo chiuso per niente con la scrittura”

La storia di oggi ci arriva da Mirko Tondi (grazie!). Senza ulteriori indugi eccola qui! Godetevela :)

Non si può mica smettere di sperare

Avevo chiuso con la scrittura, davvero chiuso. Stavolta ero veramente deciso a piantarla. I miei libri non vendevano, il mio sito era poco visitato, continuavo a non guadagnarci un centesimo con la dannata scrittura. Quindi basta. Basta coi ruoli da non protagonista. Meglio abbandonare la scena così, con la dignità di uno che si era fatto da parte consapevole dei propri limiti, perché sarebbe stato patetico continuare a trascinarsi all’infinito alla ricerca di qualcosa di irraggiungibile. Arrivati a un certo punto, bisogna pure saper riconoscere di non essere portati per qualcosa e mollarla lì. Perché non concentrarsi su altro, magari qualche passatempo estremo come il free- climbing o il paracadutismo, piuttosto che insistere contro ogni previsione favorevole, negare la realtà e sostituirla con l’illusione? Per un po’ ero andato avanti senza desistere, minimizzando i fatti, cancellando le esperienze negative, e poi ero tornato a scrivere. Mi ero persino chiesto se esistesse un gruppo tipo gli alcolisti anonimi, un gruppo analogo per chi non riuscisse a disintossicarsi dalla scrittura. Ma adesso era diverso: avevo finalmente capito che un giorno, guardandomi allo specchio, non mi sarei potuto considerare che uno scrittore fallito, nient’altro che quello, se avessi proseguito. Chi ero, del resto? Ero uno che non aveva mai scritto niente di originale, di folgorante. Ogni volta che rileggevo le mie cose, mi parevano di una banalità disarmante e prive di qualsiasi interesse: era come se non mi fossero mai appartenute. Chi diavolo ero? Ero uno che si ritrovava a imitare lo stile degl’altri senza poi riuscire a ricordarsi qual era il suo. Ero uno che aveva scritto un romanzo sperimentale che non voleva pubblicare nessuno (era allora un romanzo sperimentale o una vera boiata?). Ero soltanto uno che per qualche tempo aveva giocato a fare lo scrittore e poi era cresciuto, ecco chi ero.

Mi feriva constatare che qualcuno, anche con meno sforzi, potesse sfondare, mentre io no, io che ero ossessionato dal diventare un nome rimanevo lì, ad arrabattarmi per mendicare consensi. Dunque invidiavo chi ce l’aveva fatta, soprattutto un amico che aveva pubblicato con una casa editrice prestigiosa e nemmeno voleva farlo; diceva che era andata così, ma che lui non l’aveva cercata, che quella situazione faceva parte di un percorso personale. Non mi fidavo di chi diceva di scrivere per pura passione, chi sosteneva di farlo per sé, come libera espressione o valvola di sfogo (anche io sparavo ovvietà del genere, eppure erano solo una parte della verità).

Avevo accantonato il taccuino, e il computer lo accendevo solo per controllare la posta elettronica o per cazzeggiare un po’. Cazzeggiare mi riusciva benissimo, in quello ero un vero maestro. Ma scrivere forse era un’attività che portava con sé troppe ambizioni, anche se uno cercava di rimanere piantato coi piedi per terra. Niente più articoli, recensioni, poesie e racconti. E niente più concorsi letterari ed estenuanti ricerche di case editrici che potessero apprezzare la mia roba. Sarebbe stata dura per il primo periodo, ma avrei solo dovuto superare la fase di astinenza. Dopo, probabilmente, la scrittura non mi sarebbe mancata più dei Banana Splits (no, non mi riferisco al celebre dessert, ma a quello show che trasmettevano quand’ero piccolo, uno spettacolo in cui quattro pupazzoni pelosi intervallano i cartoni animati con balletti scatenati e canzoncine orecchiabili). È vero che il tempo cura ogni cosa, e la scrittura sarebbe stata solo un altro inutile dettaglio del passato, se ci avessi ripensato più avanti.

Ero finalmente libero. Non dovevo più sperare; non dovevo più passare le giornate a sperare con tutte le mie forze che qualcosa si smuovesse; non dovevo più sperare che qualcuno raggiungesse l’illuminazione e si accorgesse del mio presunto talento. Il talento era solo una scusa che potesse consentirmi di lavorare meno, al massimo. Se avessi avuto talento, magari qualcuno mi avrebbe notato davvero, mi avrebbe proposto un contratto e io mi sarei ritrovato a casa, pagato per cazzeggiare, con un cocktail in una mano e il telecomando nell’altra. Invece lavoravo di più. Accettavo ogni sostituzione che il mio coordinatore mi proponeva, pur di non stare a casa e ricadere nel tunnel. E quando stavo a casa, mi inventavo di tutto per non scrivere: guardavo un film dopo l’altro (ma senza cocktail, tutt’al più con una birra), leggevo riviste con voracità, ascoltavo dischi sdraiato sul letto con le mani incrociate dietro la nuca. Quella sì che era vita, a suo modo. Avevo persino comprato una consolle, e nei momenti liberi ci giocavo con lo stesso coinvolgimento di un dodicenne. Questo però all’inizio. Dopo un po’, infatti, i videogiochi mi annoiavano a morte, e finii addirittura per dimenticarmi di averli. Era solo uno dei tanti sprechi della mia vita. Se mi avessero offerto dei superpoteri, l’avrei rifiutati di fronte alla possibilità di recuperare tutti i soldi spesi inutilmente. Ci avrei pagato buona parte del mio mutuo con quelli. Ma sono uno con le mani bucate, immagino che questa sia una di quelle cose che non cambieranno mai, come la fame nel mondo e le fughe di cervelli dall’Italia. E a quel tempo, quando avevo smesso di scrivere, investivo i pochi soldi a disposizione in attività che mi tenessero lontano dalla scrittura. Oltre alla consolle dei videogiochi, ci detti dentro con i dischi, più dischi di quanti ne comprassi prima. E poi i libri, libri che ammassavo insieme agli altri e che magari non avrei mai letto, nemmeno al ritmo di uno alla settimana. Ne compravo più di quanti ne potessi leggere per i miei ritmi, insomma. Era come poteva capitare a un fumatore accanito: d’improvviso decideva di eliminare drasticamente il fumo dalle sue abitudini e si ritrovava con quindici chili in più senza neanche accorgersene. Si deve pur sopperire con qualcos’altro. Io l’avevo fatto senza considerare il mio conto in banca, però. Forse scrivere teneva sotto controllo le mie spese compulsive e io non c’avevo mai pensato. Ma ormai la decisione era presa, non volevo tornare indietro.

Ben presto mi abitui alla cosa: non scrivere era diventata la normalità. Non ne sentivo più la mancanza, passati i primi periodi. Ora che avevo più tempo per me (il mio ricordo della scrittura era quello di una specie di amante egoista che ti risucchia in maniera totale), mi era venuta pure l’idea di intraprendere l’ennesimo corso di lingue. In precedenza avevo già fatto quelli di inglese e di spagnolo, e avevo preso persino ripetizioni di giapponese per qualche settimana. Il tutto senza imparare nessuna delle tre lingue. Non era da tutti, dovevo riconoscerlo. E stavolta avrei cambiato ancora lingua. Magari mi sarei orientato verso il portoghese, il russo o, che ne so, forse anche l’arabo. D’altronde, ho sempre preferito imparare un po’ di tutto in modo approssimativo, anziché concentrarmi su una singola cosa e specializzarmi in quella. E questo di sicuro è il motivo per cui non so fare alla perfezione praticamente niente, ma so fare tante piccole cose a livelli accettabili. Lo stesso motivo per il quale ho sviluppato uno straordinario talento (ecco il mio vero talento) nel lasciare a metà la maggior parte di quello che faccio. Datemi un disegno da riprodurre e non andrò oltre una bozza primitiva (sì, ho fatto anche un corso di disegno e pittura, pagato in anticipo, mai concluso), datemi un testo da tradurre e mi fermerò dopo poche righe prima di rivolgermi a qualcun altro che lo faccia per me a pagamento (è già successo, anche se, devo dire, mi fecero un prezzo di favore, naturalmente a nero), datemi un mobile da assemblare e vedrete che rimarrà senza sportelli. Sono bravissimo a non fare le cose fino in fondo. E nel frangente in cui provai a non scrivere, ce ne avevo eccome di cose iniziate e mai finite: quattro o cinque libri giacevano sul mio comodino, in attesa che io completassi la lettura di ognuno di loro, per esempio; ma, soprattutto, l’armadio che avevo cominciato a costruire era effettivamente senza sportelli. Mi ero trasferito da poco e mi ero messo in testa di realizzare un armadio a muro, solo per dimostrare a me stesso che ne ero capace. Il mio gatto si divertiva non poco a intrufolarsi e nascondersi là dentro. La mia ragazza un po’ meno, dopo essersi accorta dell’ennesimo vestito strappato dalle sue unghie. A forza di vedere ogni mattina, appena svegliato, il mio armadio senza sportelli, cominciai a chiedermi se dovessi fare qualcosa: forse dovevo portare a termine almeno una cosa di quelle iniziate? E ogni sera, riguardandolo, mi rispondevo sempre che non fosse importante. In effetti, pensavo, era così stimolante sapere di avere qualcosa in attesa di essere finita. E il mio armadio è tutt’ora senza sportelli. Tanto la mia ragazza mi ha già lasciato. Ma un giorno lo finirò e ne trarrò grande soddisfazione, ne sono sicuro. L’attesa rende più appagante il momento in cui si raggiunge uno scopo, credo l’abbia detto qualche saggio prima di me. Devo solo sperare che sia davvero così, e che i saggi non mi abbiano preso per il culo. Già, la speranza: era cominciato tutto da lì. Non dovevo più sperare. Ma era squallido, infinitamente triste, non avere più niente in cui sperare. Avevo già dovuto rinunciare ai Banana Splits, sapevo che Swingo, Bingo, Drooper e Snorky non sarebbero più tornati, ormai ero grandicello e me ne ero fatto una ragione. Non potevo rinunciare anche alla scrittura. Questo lo realizzai per caso, ritrovandomi a scrivere un racconto che parlava di speranza, per di più di nascosto, durante l’orario di lavoro. Mi sono scoperto eccitato come un ragazzino davanti al suo primo film porno (paragone censurabile, ma rende l’idea). Mi sa che non avevo chiuso per niente con la scrittura.

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