Momento della scrittura… o momento della “cura”?

La nostra letteratura è piena di esempi che, più o meno direttamente, testimoniano quasi una sorta di valore terapeutico che la scrittura, col suo modo di porre chi scrive – letteralmente – di fronte a se stesso, spesso assume.

Primo fra tutti, come non citare Zeno Cosini ne “La Coscienza di Zeno”. Il romanzo (seppur fittizio e, appunto, romanzato) diventa uncompendio di vizi e virtù, un diario che ha il solo ed unico scopo di aiutare il protagonista  a guarire dalle sue nevrosi.

Il viaggio interiore che permette al vissuto di emergere, è quanto di più prezioso il mettere nero su bianco possa offrirci. E sia che ci si palesi qua e là nella narrazione, sia che si decida di parlare proprio del sé, la scrittura aiuta a chiarire, a chiarirci e tutto col tramite privilegiato dell’immaginazione che entra in gioco in un caso per dissimulare e parlare di qualcosa di nuovo e nell’altro per fungere anche da valvola di sfogo: il pensato ma non detto, l’“avrebbe potuto” ma non è stato…

Quanti di voi hanno ceduto almeno una volta nella vita alla stesura di un diario personale? E quanti hanno invece finito col ritrovarsi, magari senza neanche accorgersene in prima istanza, nelle parole apparentemente fittizie di un lavoro di fantasia?

:)

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