“Gita a Torino”

Vi avevamo anticipato che oggi sarebbero iniziate le votazioni delle storie per il nostro (e vostro) e-book. Tuttavia un’autrice che pensava di averci inviato un suo racconto ci ha scritto e ci ha rimandato il suo pezzo. Visto che si è trattato di un disguido vi proponiamo la sua storia che, assieme alle altre, sarà in gara sabato.

Dunque grazie ad Annalisa e buona lettura a tutti voi. Leggete e votate!

GITA A TORINO

“Bambini, ora entreremo nel Museo, ci sarà una guida che ci spiegherà il significato e l’uso degli oggetti esposti nelle vetrine, perciò vi prego di ascoltare attentamente e se lo troverete opportuno, chiedete ulteriori spiegazioni. Entriamo e comportatevi bene.”

Era stato Marco, il più chiacchierone della classe, una mattina di fine gennaio a chiedere:

“Proffe, perché quest’anno non andiamo in gita scolastica a Torino? Dicono sia una bella città.”

E poi, con un tono basso:

“Si potrebbe andare a vedere un allenamento della Juve!”

La risposta era rimasta sospesa, la campanella aveva dato il via per la solita corsa giù per le scale.

“Bella richiesta hai fatto, se ci porteranno a Torino non andremo di sicuro all’allenamento della Juve, figurati…..la Juve! Io non sono juventino, tifo Milan, della tua Juve non mi importa nulla. Figurati se ti accontenteranno!”

Marco era tornato a casa demoralizzato, i compagni non avevano mostrato nessun entusiasmo all’idea di visitare Torino e, convinto che il suo desiderio non avrebbe mai avuto un seguito, pensò:

“La proffe crederà che tutta la mia attenzione sia diretta alla Juve e per questo non sono attento come dovrei. Pazienza, però sarebbe bello vedere Del Piero che si allena!”

Con grande sorpresa di tutta la classe fu annunciato che la destinazione della gita scolastica sarebbe stata Torino e, se la cosa fosse stata possibile, sarebbero andati ad assistere ad un allenamento della squadra bianco nera.

Il tanto atteso giorno era giunto, all’alba di una bella giornata primaverile i bambini si trovarono di buon mattino nelle vicinanze della scuola. Tutti indossavano un berrettino rosso e portavano chi una sacca, chi uno zaino e chi addirittura una piccola valigia. Le mamme, dopo le solite raccomandazioni li videro accomodarsi nel pulman e finalmente partirono.

Il primo giorno passò in un baleno, la visita alla Mole Antonelliana, a Palazzo Carignano e al Castello furono, per i ragazzi, momenti di continue scoperte, ma era il programma del giorno seguente a far fremere dalla gioia i bambini: avrebbero assistito all’allenamento della Juve.

Pensare di poter vedere giocare i propri beniamini, sentire le loro voci, ammirare il gioco di testa e di piedi, assistere all’allenamento del portiere, sentire i comandi dell’allenatore, il grande mister, era ciò che più desideravano, ma c’era un ma.

All’allenamento sarebbero andati nel pomeriggio e alla mattina era in programma la visita al Museo Egizio.

“Quanto tempo perso!” pensarono i più, ma quello era il programma e la maestra non intendeva cambiarlo a nessun costo.Pazienza, pensarono, la mattina passerà velocemente.

Prima di entrare nel Museo Egizio la maestra aveva promesso una sorpresa molto gradita, però avrebbero dovuto comportarsi bene, non correre per i corridoi, non urlare, ma ascoltare la guida in silenzio.

Marco entrò senza entusiasmo, il suo pensiero era ormai alla Juve e si chiese se avrebbe potuto richiedere un autografo ai giocatori. Avrebbe chiesto alla mamma di incorniciarlo e lo avrebbe appeso sopra il suo letto e poi, ritornando con il pensiero al pomeriggio, sperò di realizzare il suo grande sogno: una partitella con i suoi idoli.

La guida accolse la scolaresca con un sorriso, si presentò e cominciò a raccontare nel modo più invitante possibiledei faraoni, di Iside, di Osiride, delle mummie.

“Che barba” pensò Marco nel seguire la guida “Speriamo finisca presto!”

Il racconto era così avvincente che sembrava tanto di sentire sul viso la calda brezza tra i papiri alla foce del Nilo e il canto dei contadini intenti a raccogliere le rigogliose messi.

Marco cercava di prestare attenzione al racconto della guida, ma non riusciva a seguire il racconto, il suo pensiero andava al pomeriggio.

“Riuscirò a parlare con Del Piero?”

Mentre si attardava ad osservare una elaborata parrucca sentì un colpetto sulla spalla, si volse, ma non vide nessuno.

“SSSSSS ascoltami.”

Si voltò nuovamente e nascosto dietro un pilastro gli sembrò di vedere qualcuno che gli faceva un cenno agitando la mano.

“Vedo Del Piero dappertutto……però……sarebbe bello…..”

Sentì nuovamente:

“Marco, Marco voltati.”

Questa volta si girò di scatto e vide nuovamente da dietro la colonna sporgere una mano e il viso di un bambino. Si allontanò dal gruppo e si avvicinò al nuovo venuto.

“Chi sarà” pensò Marco e, cercando di non farsi vedere dai compagni, si allontanò.

Appena oltrepassata la colonna, la piccola mano lo afferrò per un braccio e si trovò vicino a un ragazzino, più o meno della sua stessa età, ma molto diverso da lui: aveva la carnagione olivastra, i capelli neri, grandi occhi neri e indossava una corta tunica.

“Chi sei?”

Mentre faceva questa domanda, si accorse che le pareti del Museo erano scomparse, non solo l’edificio non c’era più, ma quello che vedeva non erano le case di Torino, il traffico, i compagni, la proffe. Era seduto, con il suo nuovo amico, in riva a un grande fiume, vedeva delle strane barche scivolare lente, il sole era caldo, il cielo era blu e l’aria profumava di fiori.

Marco non riusciva a capire cosa fosse successo.

“Forse sto sognando” e per capire se il suo fosse un sogno o la realtà si pizzicò un braccio. “ Ahi!!!” Era sveglio ed era proprio lui in quell’esotico luogo e, meravigliato più che mai, si rivolse al suo nuovo amico.

“Si può sapere che cosa faccio qui? Non fare scherzi, oggi pomeriggio devo andare a vedere la mia squadra, non fare scherzi.”

“Non preoccuparti, il mio nome è Usai, abito con la mia famiglia in quella casa laggiù, vieni, avrai fame e sete, la mia mamma vuole conoscerti.”

E così, come fosse la cosa più naturale del mondo, Marco e Usai cominciarono a correre. In verità erano affamati e assetati entrambi.

La casa era a due piani, di pietra chiara, con un grande portone di legno scuro, piccole finestre protette da inferiate. Sulla soglia trovarono la mamma di Usai che accolse i due bambini con un grande sorriso, una carezza e li accompagnò nel giardinetto interno.

Marco era sbalordito, riusciva a capire la parlata di Usai, gli sembrava cosa naturale trovarsi seduto su uno sgabello di giunco vicino al bordo di una piccola vasca dalla quale zampillava un getto di acqua cristallina, avere accanto a sé un basso tavolino sul quale era appoggiato un canestro con dei grossi grappoli di uva nera, dei fichi, una brocca contenente dell’acqua fresca e dei pani.

Lo stomaco di Marco brontolava dalla fame, reclamava qualcosa di buono. Quella bella frutta fresca gli fece venire l’acquolina in bocca e allungò la mano per prendere un appetitoso grappolo d’uva. Com’era dolce! Il succo gli riempiva la bocca e …che profumo!

La mamma di Usai sorrise e, quando lo vide sazio, gli propose di togliersi gli abiti che indossava e di mettersi un fresco perizoma e dei sandaletti pratici e freschi.

Marco restò un po’ pensieroso, poi si convinse che mai avrebbe potuto girare per le strade con i suoi abiti abituali e acconsentì volentieri al cambio; ora sembrava proprio un piccolo egiziano,la sua pelle era troppo chiara, ma presto con quel sole caldo si sarebbe abbronzato. L’unica cosa che lo metteva a disagio erano i sandali di paglia intrecciata, aveva la sensazione di camminare su degli aghi, pungevano e la pianta del piede ne soffriva, ma presto, sperò, la pelle si sarebbe abituata.

La fontanella rifletteva la sua immagine e rimase soddisfatto di quello che vide.

“I miei compagni chissà cosa direbbero se mi vedessero così conciato, sono proprio bello, farei un figurone con Graziella!”

Presto i ricordi svanirono perché l’avventura stava per cominciare.

Marco si trovava a Tebe, splendida città sulle rive del Nilo.

I due bambini uscirono correndo e presto si trovarono immersi nella vita della città, le stradine strette erano fiancheggiate da case di mattoni cotti al sole, qua e là le finestre erano abbellite con piante dai fiori dai colori accesi, vi erano anche piccole gabbie che ospitavano uccellini dalla voce dolcissima.

Il contrasto tra le zone d’ombra e di sole era molto vivo, i colori risplendevano, erano così violenti da sembrare appena lavati, tutti i contorni si stagliavano nitidi sullo sfondo azzurro del cielo.

Correndo arrivarono in uno slargo, dove la vita era più animata che mai: bancarelle grandi e piccole, i venditore di frutta e verdura avevano steso la loro mercanzia su dei teli di stoffa ruvida: grandi ceste di cipolle dal profumo penetrante, trecce di agli, sacchi di frumento, caschi di banane, frutta dalla fragranza delicata facevano bella mostra in questo movimentato mercatino.

Il vociare dei venditori, l’attenta scelta da parte dei compratori, le chiacchiere, i sorrisi, era tutto un mondo incantato.

Non c’era tempo per fermarsi, Marco e Usai ripresero la corsa diretti verso la loro incredibile avventura.

Dopo aver scansato innumerevoli carretti trainati da piccoli ciuchi, giunsero sulla riva del Nilo.

“Sei mai stato in barca?”

“Certo, in primavera e in estate con la mia famiglia andiamo sempre con la barca sul lago di Garda. E’ una bella barca grande, va a motore.”

Usai lo guardò incuriosito e si domandò cosa mai fosse un motore.

Una strana barca si avvicinò a riva, a poppa il timoniere teneva un lungo remo e con quello riusciva a direzionare la barca. Verso prua agganciata all’albero, vi era arrotolata una vela gialla, ai lati dei marinai armeggiavano con delle lunghe pertiche e con quelle, sui bassi fondali, riuscivano a spostare la barca.

Con un balzo i due bambini saltarono a bordo, furono accolti da un marinaio dalla pelle rugosa e cotta dal sole e dal vento e si sedettero su un tramezzo pronti per il viaggio.

Era una barca usata per il traporto di derrate alimentari, vi erano ceste cariche di verdure, casse dal quale usciva un odore acre, due mucche dalle lunghe corna avevano il muso appoggiato sul bordo e lanciavano di tento in tanto un muggito. Verso poppa, legate con una corda, vi erano delle gabbie con all’interno delle scimmiette, un paio di caprette dalla barba ispida non gradivano il rollio continuo e belavano non si sa se per disperazione o indispettite.

La barca si staccò da riva e i marinai aiutandosi con le pertiche, la portarono dove la corrente era più forte, alzarono la vela e la barca si avviò rapida.

Il vecchio dalla faccia rugosa si avvicinò ai bambini, si sedette su una cesta capovolta e cominciò a raccontare:

“Stiamo andando al grande mercato, domani mattina tutto il paese sarà un brulicare di persone, arriveranno le carovane con i prodotti più diversi, ci saranno i giocolieri, i suonatori, verranno i contadini con i prodotti dei loro orti, ci saranno venditori di spezie e di croccanti fatti di miglio e miele. Quando il sole sarà alto giungeremo al villaggio, nel frattempo volete dei datteri?”

Marco si guardava attorno, gli sarebbe piaciuto alzarsi, curiosare tra le casse, vedere da vicino le scimmiette, andare dal timoniere alto sulla poppa e chiedergli di affidargli il timone, si sentiva molto agitato, le sue gambe non riuscivano a star ferme e perciò si alzò.

La barca spinta dal vento scivolava veloce e, quando provò a muovere qualche passo si accorse che era facile perdere l’equilibrio. Per non cadere si aggrappò a una fune e facendo molta attenzione si avvicinò alle scimmiette.

“Non farle scappare, spero di darle in cambio di due sacchi di frumento, non togliere il peso dal coperchio delle ceste!”

La curiosità era una vocina che bisbigliava all’orecchio di Marco:

“E’ sufficiente alzare poco il coperchio e nessuno si accorgerà”

Marco, ascoltando questa sussurrata vocina tolse la pietra dal coperchio e…… come un fulmine, le scimmiette saltarono fuori dalla cesta, spaventate cominciarono a saltare lanciando alte grida.

I marinai, presi alla sprovvista, cercarono di afferrare le bestiole, ma queste, svelte e agili si arrampicarono sulla cima dell’albero e da lì urlavano a chi si avvicinava.

Marco stava zitto e con la testa bassa, si aspettava da un momento all’altro di essere investito dalla furia del vecchio. Si rendeva conto di aver esagerato, aveva disubbidito e aspettava con ansia la punizione che gli sarebbe stata inflitta.

Dal profondo del suo cuore sperava che per magia tutto tornasse come prima, ma i guai sulla barca erano appena cominciati.

Un marinaio, nel tentativo di afferrare una scimmietta, cadde rovinosamente su una pila di ceste che a loro volta caddero su dei pacchi. Uno di questi volò fuori bordo, rimase pochi attimi a galla, poi lentamente sparì.

Nel vedere il disastro il vecchio si disperò. Quel pacco conteneva preziosi lini ordinati da uno scriba del tempio di Ammon, il quale si era raccomandato di aver molta cura della merce.

Il vecchio si teneva la testa tra le mani:

“Che cosa ho fatto per meritarmi questo castigo dagli Dei, ma perché ho acconsentito di prendere a bordo questa peste!”

Nel frattempo un marinaio si era arrampicato sull’albero e tendeva la mano per prendere una scimmietta fuggiasca per poi rimetterla nella cesta, ma la bestiola non intendeva collaborare, anzi, si rifugiava sempre più in alto e mostrava i denti.

Con un ultimo sforzo il marinaio agguantò la scimmietta, ma subito dalla sua bocca uscìun urlo disumano. Con uno scatto la bestiola si era liberata e aveva morso con tutta la forza della disperazione, il pollice dell’uomo. Questo, perse la presa e cadde pesantemente su una cesta nella quale, protette dalla paglia, erano stipate centinaia di uova.

Si alzò di scatto, tutto imbrattato di uovo sembrava una cotoletta pronta per la padella, e il povero marinaio non sapeva se disperarsi per il pollice ferito o per il danno arrecato. Pover’uomo, quella cesta di uova era tutto quello che possedeva, aveva sperato di venderle e portare a casa del sale e della stoffa, ma il danno era tale da rendere inutile, anzi impossibile, la sua presenza al mercato.

Marco, rendendosi conto delle conseguenze del suo gesto, incassò la testa tra le spalle e aspettò quello che lui stesso giudicava una giusta punizione, ma il ceffone non arrivò, alzò lentamente lo sguardo e cercò di scusarsi.

Intanto la barca filava seguendo la corrente, il timoniere controllava la rotta e lentamente la tranquillità ritornò a bordo, almeno così speravano tutti, ma….

Tutti si erano dimenticati di un cestino, chiuso con un coperchio tenuto al suo posto da una funicella rossa. In quel fresco contenitore vi era un serpentello molto piccolo, ma molto velenoso.

Fu il vecchio ad accorgersi della sparizione del serpentello e questa volta la sua paura si tramutò in vero terrore. Ricominciò a urlare, a ordinare, ad alzare con precauzione ceste e pacchi, finché , adagiato su una foglia di cavolo, lo trovò intento a gustare una grossa cavalletta. Lo raccolse e lo rimise nella sua cesta e la pace tornò a bordo.

Usai nel frattempo aveva cercato di farsi piccolo piccolo, quasi volesse rendersi invisibile per non irritare maggiormente il vecchio e appena Marco si avvicinò lo afferrò per una mano e lo invitò a chiedere scusa per tutti i guai che aveva fatto.

Finalmente il viaggio finì, mai come in quel pomeriggio una gita in barca era stata caratterizzata da tanti guai.

Marco e Usai scesero a terra, ringraziarono, si scusarono ancora e proseguirono per la loro strada.

Si diressero verso la casa della zia di Usai, lì avrebbero trascorso la notte e, il mattino presto, si sarebbero diretti al grande mercato. Mentre camminavano lungo la sponda del Nilo sentirono un gran rumore avvicinarsi : voci stentoree, rumore di zoccoli, ordini imperiosi.

Si voltarono e rimasero meravigliati e nello stesso tempo impauriti nel vedere dei soldati nelle loro scintillanti armature, cavalli focosi, il tutto avvolto da una polvere fine che si alzava dalla strada.

“Questi sono soldati romani” disse Marco “Vuoi vedere che c’è anche Cesare?”

“Chi è Cesare?” domandò Usai e rimase sbalordito nel sentire Marco gridare:

“Ave Cesare!”

I soldati si fermarono di botto.

“Chi è mai quel moccioso che si rivolge così impunemente al grande Cesare?”

“Ave Cesare” ripeté Marco

“Chi sei per permetterti tanto” tuonò dall’alto del suo cavallo colui che Marco aveva riconosciuto per Cesare.

“Sono Marco, buon giorno signor Cesare, cioè generale, so tutto di lei, conosco le sue battaglie e le sue vittorie. A scuola la proffe ci ha letto dei brani del De bello Gallico, che vita avventurosa e intensa è la sua! Però stia attento alla primavera, è una stagione non troppo fortunata per lei!”

Casare scese da cavallo, lo incuriosiva quel bambino tanto impertinente. Come poteva sapere tutte quelle cose e poi, perché raccomandargli, di stare attento alla primavera. E’ un periodo molto gioioso, a Roma il clima è fantastico, ma…

“Da dove vieni e come osi parlarmi”

“Cesare, cioè generale, sono qui per caso e tutto mi è nuovo, tutto avrei pensato di vedere, ma sono felice di fare la sua conoscenza”.

E dentro di sé pensava:

“La mamma dice sempre queste parole quando le è presentata una persona e il risultato è sempre felice, chissà cosa mi risponderà, forse a Cesare non dovevo parlare così.”

Cesare era sempre più incuriosito da quell’incontro. Che fosse un mago venuto da lontano in grado di predire il suo avvenire?

“Ti aspetto questa sera a palazzo, te lo ordino” E salì sul suo cavallo e si allontanò al galoppo.

Marco era davvero preoccupato, ma nel guardare Usai si accorse che il suo amico lo guardava incuriosito e divertito e perciò decise che doveva vivere la sua avventura fino in fondo. I bambini si guardarono e una risata argentina echeggiò nell’aria.

La sera i due amici si recarono al palazzo di Cesare, avevano indossato un corto vestitino di lino e la zia di Usai aveva insistito per contornare gli occhi di Kajal. Camminarono veloci lanciandosi sguardi perplessi nei quali si leggeva l’apprensione per il prossimo incontro da parte di Usai, mentre Marco si chiedeva come avrebbe potuto spiegare a Cesare chi era e la sua provenienza.

Confidando nella fortuna e con l’incoscienza che li contraddistingueva si presentarono alla porta del palazzo.

“Che cosa volete?” Si sentirono chiedere da due possenti legionari.

“Oggi abbiamo incontrato Cesare e ci ha invitato” Mandarono un messo per avere conferma dello strano invito, e avuta una risposta positiva, li affidarono a un pretoriano che li condusse da Cesare. Cesare aveva smesso la corazza, l’elmo e gli schinieri, ora portava una lunga tunica color porpora e stava seduto su uno scanno sul bordo di una grande vasca dalla quale spuntavano variopinte ninfee.

“Ave, accomodatevi e servitevi di uva e fichi” E mentre i bambini prendevano un grappolo chiese a Marco:

“Come ti chiami?”

“Io sono Marco e vengo da Verona.”

“Verona è quella città attraversata dalla Postumia?”

Marco non sapeva rispondere anche perché non aveva mai sentito di strade chiamate in quel modo, ma per spiegarsi disse:

“E’ quella città vicina al lago di Garda. C’è l’Arena e tutte le estati fanno le opere”

Si accorse che erano indicazioni un po’ assurde. Al tempo di Cesare il lago di Garda era conosciuto con un altro nome e di opere in Arena non se no parlava. Cercò di cambiare discorso:

“Sai Cesare sono in vacanza dal mio amico Usai e ….ti ammiro tanto…è per questo che ti ho salutato….scusami.”

“Sei molto strano ragazzo, usi dei termini non usuali. Prendete dell’altra frutta e poi raccontatemi che cosa si dice di me fuori da questo palazzo.”

“Si dice che sei grande, sei un superbo condottiero e tutti ti vogliono bene.”

Marco sperò di aver usato un tono convincente.

“Perché mi hai detto che devo stare attento alla primavera?”

Come avrebbe potuto spiegare che alle idi di marzo avrebbe finito di vivere per mano di suo figlio Bruto. Non avrebbe creduto a una tal enormità e poi…non era il caso di cambiare il corso della storia.

“Ti ho detto di riguardarti perché marzo è un mese pazzerello, ora è caldo e domani ritornerà nuovamente il freddo, sai, potresti raffreddarti e Roma ha bisogno di te.”

Per fortuna in quel momento entrò Cleopatra tutta moine e sorrisini e Cesare rimase un po’ perplesso se parlarle dell’incontro del pomeriggio. Poi ci ripensò e con un cenno fece allontanare i due bambini.

Marco e Usai respirarono profondamente. Non si sa mai i potenti sono bizzosi!

Erano appena usciti dal palazzo quando si sentirono chiamare, si voltarono e si accorsero di essere inseguiti dal vecchio della barca armato di un nodoso bastone. Cominciarono a correre a più non posso, ma il vecchio deviò per una piccola stradina, accorciò la strada che lo divideva dai fuggiaschi e si parò davanti ai bambini.

Prese Marco per i capelli e, mentre stava sferrando la prima mazzata, il bambino si scosse e gridò:

“Lasciami, lasciami!”

Marco sentì un forte strattone, si sentì sollevare da terra e…

“Marco , che cosa ti sta succedendo? Hai sentito quello che ha detto la guida? Sei arrossato, hai la febbre, stai male?”

Marco la rassicurò.

“No proffe, sto bene, ero solo un po’ distratto” E guardò verso la colonna dove nascosto, Usai lo salutava con un gran sorriso.

“Proffe, sa che Giulio Cesare è proprio simpatico?

“Sei al Museo Egizio e parli di Giulio Cesare… sei sempre lo stesso, non fai altro che pensare a Del Piero! Non hai seguito la descrizione della guida che ci ha illustrato la vita nell’antico Egitto. Non sai che cosa hai perso!”

Marco sorrise, non aveva ascoltato un racconto, ma vissuto nell’antico Egitto. Sarebbe stato troppo complicato spiegarlo alla proffe. Si voltò un’altra volta per salutare Usai, ma da dietro la colonna nessuna manina rispose al suo saluto. Il suo amico era sparito e al suo posto vi era un grappolino d’uva e un po’ di sabbia del Nilo.

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