Questione di “finale”

In un post di qualche tempo fa abbiamo parlato di quanto sia importante dare ad una storia il giusto avvio perché venga letta e seguita lungo tutta la narrazione e non abbandonata (cosa che, abbiamo visto qui, succede spesso e anche in barba alle grandi penne e ai grandi classici).

E’ vero. L’incipit giusto è importante. Ma che dire del finale? Perché una storia per essere buona, davvero buona, ha bisogno di iniziare bene, essere coerente, accattivante, e chiudersi in una maniera che la renda completa, memorabile e, perché no, leggibile tante e tante volte anche in futuro. Qualcosa che non la renda fine se stessa ma un piccolo patrimonio da conservare e ricordare.

I tipi di finale più conosciuti e utilizzati sono solitamente tre:

  • il finale chiuso che conclude la vicenda raccontata, ogni elemento della storia che magari prima era scomposto o lasciato aperto, trova una sua collocazione organica e la sua ragion d’essere nella chiusura che riesce ad offrire al lettore una vera e propria “visione d’insieme“;
  • il finale aperto che lascia al lettore la possibilità (non sempre graditissima) di dedurre come le cose andranno al di là del narrato. Molto usato nei romanzi del genere thriller, si rivela a volte un escamotage meramente commerciale, visto che spiana la strada ad un seguito;
  • il finale circolare che riporta il lettore al principio di tutte le cose, una sorta di modalità in flash back che fa coincidere il finale con l’inizio.

Diciamo che non si tratta tanto di scegliere dalla prime battute per quale finale optare (è importante lasciare libero sfogo alla storia e alla mano dello scrittore che evolvono insieme), quanto piuttosto avere in mente le linee guida da dare al lavoro.

Di seguito alcuni finali famosi che possono offrirci una panoramica (e darci anche qualche spunto, vi segnaliamo anche la classifica delle 10 migliori battute finali secondo il Guardian). ATTENZIONE, se non avete letto i libri di cui riportiamo le ultime righe  e avete intenzione di farlo, non leggete! :)

Lolita – Vladimir Nabokov

Prendo la decisione che segue con tutta la forza e il sostegno legali di un testamento firmato: desidero che queste memorie vengano pubblicate solo quando Lolita non sarà più in vita. Così, nessuno di noi due sarà vivo quando il lettore aprirà questo libro. Ma mentre il sangue pulsa ancora nella mano che uso per scrivere, tu sei parte della benedetta materia quanto lo sono io, e posso ancora parlarti da qui all’Alaska. Sii fedele al tuo Dick. Non lasciarti toccare dagli altri. Non parlare con gli sconosciuti. Spero che vorrai bene al tuo bambino. Spero che sarà un maschio. Spero che quel tuo marito ti tratti sempre bene, altrimenti il mio spettro si avventerà su di lui come fumo nero, come un gigante forsennato, e lo dilanierà nervo per nervo. E non ti commuovere per la sorte di C. Q. Si doveva scegliere tra lui e H. H., e si doveva lasciar esistere H. H. per un altro paio di mesi almeno, in modo che egli potesse farti vivere nella coscienza delle generazioni successive. Penso agli uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell’arte. E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere, mia Lolita.

Delitto e castigo – Fëdor Dostoevskij

“Nei primi tempi della sua deportazione, egli pensava che Sònja lo avrebbe tormentato con la religione, che si sarebbe messa a parlargli del Vangelo e a imporgli di leggere dei libri. Invece, con sua grandissima sorpresa, lei non aveva affrontato nemmeno una volta quest’argomento, e nemmeno gli aveva mai offerto il Vangelo. Era stato lui a chiederglielo, poco prima della sua malattia, e lei gli aveva portato il libro senza una sola parola. Fino a quel momento, del resto, lui non l’aveva nemmeno aperto. Nemmeno adesso l’aprì; ma per la mente gli passò, rapido, questo pensiero: «Posso non avere le sue stesse convinzioni, ormai? O almeno, i suoi stessi sentimenti, le sue stesse aspirazioni?… » Anche lei fu molto agitata, tutto quel giorno, e di notte si sentì perfino male di nuovo. Ma era così felice da aver quasi paura della sua stessa felicità. Sette anni, soltanto sette anni! All’inizio della loro felicità, in quei primi momenti, tutt’e due erano pronti a considerare quei sette anni come sette giorni… Egli ignorava perfino che quella nuova vita non gli veniva data così, gratuitamente; che avrebbe dovuto pagarla, e a caro prezzo: pagarla compiendo qualcosa di grande negli anni a venire. Ma qui, ormai, comincia una nuova storia, la storia della rinascita di un uomo, della sua graduale trasformazione, del suo lento passaggio da un mondo a un altro mondo, del suo incontro con una realtà nuovo e fino a quel momento completamente ignorata. Potrebbe essere l’argomento di un nuovo racconto; ma il nostro, intanto, è finito.

L’insostenibile leggerezza dell’essere – Milan Kundera

Si muovevano a passo di danza al suono del pianoforte e del violino e Tereza teneva la testa sulla sua spalla. Così l’aveva tenuta quando erano stati insieme nell’aereo che li portava via attraverso la nebbia. Adesso provava la stessa strana felicità e la stessa strana tristezza di allora. Quella tristezza voleva dire: siamo all’ultima stazione. Quella felicità voleva dire: siamo insieme. La tristezza era la forma e la felicità il contenuto. La felicità riempiva lo spazio della tristezza. Ritornarono al tavolo. Lei ballò ancora due volte con il presidente e una volta con il ragazzo ormai tanto ubriaco che cadde con lei sulla pista. Poi salirono tutti di sopra e andarono ciascuno nella propria stanza. Tomàš girò la chiave nella serratura e accese la luce. Tereza vide due letti accostati, accanto a uno c’era un comodino con una lampada. Dal paralume, spaventata dalla luce, si alò in volo una grande farfalla notturna e prese a girare per la camera. Dal basso giungeva debole il suono del pianoforte e del violino.

E voi? Qual è il vostro finale preferito? :)

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